Manifesto
La funzione pubblica non è neutrale: pace, diritti, nessuna complicità con aggressioni e genocidi.
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Noi, lavoratrici e lavoratori della Pubblica Amministrazione, parliamo come cittadine e cittadini. Lo facciamo però con la consapevolezza di ciò che rappresentiamo: lo Stato nel suo volto quotidiano, fatto di procedure, decisioni, atti amministrativi, scelte di spesa, controlli, autorizzazioni, cooperazioni, appalti, logistica, ricerca, istruzione, comunicazione pubblica. Proprio perché il nostro lavoro appare spesso “tecnico” e lontano dai teatri di crisi, sappiamo quanto possa invece incidere sul mondo reale.
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Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione di fronte alle gravi violazioni del diritto internazionale e ai crimini di genocidio commessi contro il popolo palestinese. Questa preoccupazione si acuisce osservando come, anche in democrazie consolidate, apparati di controllo e immigrazione possano scivolare verso pratiche coercitive sempre più aggressive e violente. Sul piano internazionale, tornano a imporsi logiche neocoloniali di forza e sopraffazione, riemergono pretese territoriali accompagnate da minacce di ritorsioni economiche.
Come pubblici dipendenti e garanti dei principi costituzionali, riteniamo nostro dovere promuovere azioni coerenti con i valori di pace, giustizia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Quando l’ingiustizia diventa sistema e la violazione di regole comuni poste a tutela dei civili si normalizza, la neutralità non è prudenza: rischia di diventare complicità, anche involontaria.
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Ci muove un principio semplice: la lealtà alle istituzioni non coincide con il silenzio. La credibilità dello Stato e dell’Europa si misura nella coerenza fra valori dichiarati e scelte concrete. La Costituzione ripudia la guerra; le regole che la comunità internazionale si è data dopo le catastrofi del Novecento esistono per proteggere le persone, prevenire i crimini più gravi e impedire che la forza sostituisca la responsabilità. Di fronte a catastrofi umanitarie e ambientali, distruzione di infrastrutture civili, negazione di diritti fondamentali e sofferenze inflitte a popolazioni intere, non basta “prendere atto”. Serve assumere una direzione chiara, perché l’ambiguità istituzionale non è un punto di equilibrio: è un vuoto che altri riempiono con la forza.
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Diciamo questo anche per un motivo che riguarda tutti. L’economia di guerra e la corsa al riarmo non sono astratte strategie geopolitiche, ma scelte che sottraggono risorse a sanità, scuola, welfare, ambiente, lavoro, servizi pubblici e coesione sociale. E mentre si invocano emergenze e sicurezza, cresce il rischio che lo spazio democratico si restringa: il dissenso diventa un problema da gestire, l’informazione un terreno da condizionare, la protesta un comportamento da reprimere o delegittimare. Una democrazia che tratta la partecipazione come disturbo e riduce la responsabilità pubblica a rituale formale si indebolisce dall’interno.
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Per questo chiediamo che l’Italia e l’Unione Europea assumano un indirizzo netto e verificabile: protezione immediata e reale dei civili, accesso umanitario pieno e sicuro, corridoi e misure concrete che rendano effettiva la tutela delle persone, non solo la sua enunciazione. Chiediamo che i principi di accoglienza e di solidarietà fra i popoli orientino le politiche pubbliche e le scelte istituzionali. Chiediamo che ogni cooperazione politica, economica, scientifica o militare sia subordinata al rispetto dei diritti umani, dell'ambiente e delle clausole che l’Europa stessa ha posto come fondamento dei propri accordi; quando tali condizioni vengono violate, vanno attivate conseguenze credibili, fino alla sospensione degli strumenti che alimentano impunità e rendono possibile il protrarsi delle violazioni. Chiediamo che l’Italia adotti e promuova completa trasparenza su licenze, esportazioni, transiti e riesportazioni di armamenti e beni a duplice uso, e che impedisca che catene logistiche, know-how, servizi e coperture amministrative possano sostenere operazioni incompatibili con la protezione dei civili e con i diritti fondamentali. Chiediamo infine due diligence economico-finanziaria e trasparenza effettiva: appalti, investimenti, partenariati e forniture non possono restare zone grigie in cui la responsabilità si dissolve.
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Invitiamo colleghe e colleghi a coordinare le proprie iniziative, a condividere informazioni e strumenti, e a vigilare affinché nessuna attività delle nostre amministrazioni contribuisca, direttamente o indirettamente, al sostegno dell’occupazione, dell’apartheid e della violenza. Per rendere questo impegno concreto e continuativo, sosteniamo la creazione di una rete di dipendenti pubblici capace di monitorare le collaborazioni istituzionali, promuovere trasparenza, sensibilizzare la cittadinanza e riaffermare il dovere etico e civile della non-complicità.
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Sappiamo che Paesi come l’Italia non sono impotenti: possono costruire coalizioni, fissare criteri condivisi, alzare la soglia della responsabilità e della tutela dei diritti, invece di adattarsi alla legge del più forte. Quando la convivenza internazionale basata su regole comuni vacilla, la scelta non è tra idealismo e realismo, ma tra coerenza e irrilevanza.
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A chi lavora nella PA diciamo: non siamo spettatori. Possiamo scegliere trasparenza invece di opacità, motivazione degli atti invece di automatismi, tracciabilità invece di ambiguità, responsabilità invece di delega. Possiamo pretendere indirizzi chiari, formazione e strumenti di valutazione, tutelare chi segnala criticità, e affermare che la funzione pubblica serve il bene comune, non l’ingiustizia e le pretese del più forte.
Per una Pubblica Amministrazione al servizio della pace, della giustizia, dell'ambiente e della dignità di tutti i popoli.
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Rete PA

Per una Pubblica Amministrazione al servizio della pace, della giustizia e della dignità di tutti i popoli.
Linee d’azione
Rete PA nasce per coordinare e valorizzare le iniziative dei dipendenti della Pubblica Amministrazione italiana che intendono:
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Promuovere la non complicità istituzionale, monitorando e rendendo trasparenti eventuali collaborazioni con enti, imprese o progetti collegati a violazioni del diritto internazionale.
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Diffondere informazione e consapevolezza, offrendo strumenti di analisi e formazione sui diritti umani e sul rispetto del diritto internazionale umanitario.
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Costruire una rete di solidarietà attiva, che metta in relazione persone e uffici pubblici impegnati in azioni di pace, cooperazione, giustizia sociale e tutela dei popoli oppressi.
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Rafforzare il ruolo etico del pubblico impiego, riaffermando che la funzione pubblica non può essere neutrale di fronte all’ingiustizia, ma deve farsi garante della legalità e dei valori universali di libertà e autodeterminazione.


Prospettiva etica
Una Pubblica Amministrazione italiana coerente con i principi costituzionali e con il diritto internazionale, capace di promuovere attivamente la pace, la giustizia e i diritti umani.
Immaginiamo una rete di dipendenti pubblici consapevoli e responsabili, uniti nel rifiuto di ogni forma di complicità con pratiche di oppressione, apartheid o guerra, e impegnati a costruire — attraverso le proprie funzioni quotidiane — una cultura pubblica fondata sulla dignità, l’uguaglianza e la solidarietà tra i popoli.