Se si varca la soglia: quando la “sicurezza” diventa pretesto

C’è una linea sottile, quasi impercettibile, che separa una democrazia imperfetta ma viva da un sistema che scivola verso l’arbitrio. Quella linea è fatta di due cose che tendiamo a dare per scontate finché non iniziano a cedere: da un lato il diritto internazionale come argine minimo alla violenza tra Stati e contro i civili; dall’altro lo stato di diritto come argine interno all’uso discrezionale del potere. Quando assistiamo a violazioni ripetute, palesi e rivendicate di entrambe le dimensioni, non siamo davanti a “incidenti di percorso”. Stiamo assistendo a un cambiamento di clima: la trasformazione delle regole da vincoli condivisi a semplici opzioni, attivabili o disattivabili in base alla convenienza.
Il diritto internazionale, nella sua idea più semplice, nasce proprio per evitare che la forza sia l’unico linguaggio possibile. È figlio di una memoria storica precisa: dopo le barbarie della Seconda guerra mondiale, l’architettura dei diritti umani e delle convenzioni internazionali viene costruita per rendere il “mai più” qualcosa di più di una formula morale. Le Nazioni Unite presentano la Dichiarazione universale dei diritti umani come parte di una road map perché atrocità simili non si ripetano. Quando oggi quel “mai più” viene aggirato con disinvoltura, o trattato come propaganda, il danno non è solo per le vittime immediate: è sistemico. Perché un sistema di regole vive di due ingredienti invisibili – prevedibilità e credibilità. Se le violazioni non hanno conseguenze, se le istituzioni appaiono impotenti o selettive, il messaggio che passa è che la norma non è più un limite, ma un ornamento retorico. E quando le norme diventano ornamento, la violenza torna a essere una tecnica ordinaria di governo e di politica estera.
Lo stesso avviene dentro gli Stati quando si indebolisce lo stato di diritto. In un ordine democratico, il potere non è “libero”: è legato da procedure, motivazioni, controlli, e soprattutto dal principio che nessuno – nemmeno chi governa – può stare sopra la legge e sopra i diritti fondamentali. La Commissione europea descrive lo stato di diritto come l’insieme di condizioni per cui i poteri pubblici agiscono entro i vincoli della legge, in coerenza con democrazia e diritti, sotto il controllo di giudici indipendenti. Se questo impianto viene eroso, non sempre lo si vede subito: spesso avviene per accumulo. Un pezzo alla volta. Una deroga qui, una procedura accorciata là, un controllo indebolito altrove. Ma l’effetto finale è chiaro: cresce l’arbitrarietà, e con essa la paura. E la paura è un solvente potentissimo della libertà.
È qui che entra in gioco la criminalizzazione del dissenso. In una democrazia, il dissenso non è un fastidio da tollerare: è un sensore collettivo, un meccanismo di correzione degli errori, una forma di controllo diffuso sul potere. Per questo le libertà di espressione e di riunione pacifica sono protette in modo speciale nei sistemi europei dei diritti: la Convenzione europea dei diritti dell’uomo tutela la libertà di espressione (art. 10) e la libertà di riunione e associazione (art. 11). Non perché “tutto è lecito”, ma perché senza queste libertà la democrazia perde il suo respiro. Non a caso le linee guida OSCE/ODIH e della Commissione di Venezia sulla libertà di assemblea ricordano che la riunione pacifica è una delle fondamenta di una società democratica, tollerante e pluralista, e che sanzioni eccessive producono un “effetto raggelante”: le persone smettono di partecipare non perché hanno torto, ma perché temono le conseguenze.
Quando il dissenso viene trattato come minaccia, lo Stato perde un alleato e si crea un nemico. Non si ottiene stabilità: si ottiene silenzio. E il silenzio, in politica, è spesso un rumore ritardato. Perché la repressione non elimina i conflitti sociali: li sposta, li sotterra, li incattivisce. In più, rende opaco il processo decisionale: se chi critica rischia sanzioni, se chi informa rischia intimidazioni, se chi protesta viene automaticamente sospettato, allora si interrompe il circuito di responsabilità pubblica. La democrazia, che vive di confronto e revisione, si irrigidisce. E quando un sistema non sa più correggersi, diventa fragile.
È esattamente questa fragilità che la storia europea del Novecento ci ha insegnato a temere. I regimi totalitari non sono nati tutti con un colpo di teatro improvviso; spesso hanno avanzato con una sequenza riconoscibile: delegittimazione dell’opposizione, controllo dell’informazione, uso selettivo della legge come arma, culto dell’emergenza, normalizzazione della violenza simbolica e poi materiale. Dopo la loro caduta, la libertà è stata riguadagnata con fatica – e custodita costruendo garanzie: costituzioni rigide, separazione dei poteri, diritti inviolabili, tutela delle minoranze, organismi sovranazionali. Queste garanzie non sono un lusso da tempi pacifici: sono la struttura portante nei tempi difficili.
Per questo il quadro attuale è così pericoloso: perché mette in crisi, contemporaneamente, le regole esterne e quelle interne; e perché tenta di sostituire la politica come responsabilità con la politica come forza. La democrazia non cade solo quando viene abolita; spesso si consuma quando viene svuotata, quando la partecipazione diventa rischiosa, quando la verità diventa litigiosa, quando le regole diventano negoziabili. Difendere oggi diritto internazionale, diritti umani, libertà di espressione e di assemblea non significa fare “moralismo”: significa proteggere l’infrastruttura minima che impedisce il ritorno dell’arbitrio. E ricordare che la libertà riconquistata dopo i totalitarismi non è un dato acquisito: è una pratica quotidiana, che vive di coraggio civile, controllo reciproco e coerenza tra ciò che diciamo di essere e ciò che scegliamo di fare.
E per capire quanto rapidamente questo slittamento possa essere tradotto in scelte normative (e quindi in prassi), basta guardare ad alcune misure del DDL “sicurezza”. Si aggrava il trattamento del danneggiamento “in occasione di manifestazioni”, con pena detentiva e sanzioni economiche che alzano il costo anche simbolico del protestare.
Si interviene sull’impedimento della libera circolazione su strada o “ferrata”, trasformando una sanzione amministrativa in fattispecie con reclusione fino a un mese o multa, e arrivando fino a sei mesi–due anni se l’azione è compiuta da “più persone riunite”: un passaggio che, nella realtà dei conflitti sociali, può produrre un effetto raggelante sulla partecipazione.
Si estendono inoltre misure di divieto di accesso anche a chi risulti semplicemente denunciato o condannato non definitivo, con un’area di impatto che supera la sola risposta a condotte già accertate.
Si introduce poi un’ipotesi che punisce l’imbrattamento su beni adibiti a funzioni pubbliche quando finalizzato a ledere “onore, prestigio o decoro” dell’istituzione: una categoria intrinsecamente elastica, capace di sovrapporsi al terreno della critica e della contestazione.
E ancora: sul piano dei poteri e dei controlli, il testo prevede una procedura di reintegrazione nel possesso in cui la polizia giudiziaria può ordinare l’immediato rilascio e procedere anche coattivamente, con autorizzazione del PM persino resa oralmente e poi confermata.
Si rafforza infine la cornice dei rapporti con l’intelligence prevedendo obblighi di collaborazione per amministrazioni e soggetti che erogano pubblica utilità, con possibilità di comunicazioni anche in deroga a regimi di riservatezza.
E la nozione di “rivolta” nelle strutture di trattenimento/accoglienza per migranti viene collegata anche alla “resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti” quando commessa da più persone riunite, con pene detentive: un’ulteriore torsione che sposta l’asse dalla tutela dei diritti alla gestione coercitiva del conflitto.
Nessuna singola norma “fa” un regime. Ma l’insieme di queste scelte può cambiare l’aria che si respira: rende più rischioso dissentire, più facile estendere eccezioni, più sottile il confine tra tutela e intimidazione. E quando, fuori dai confini, le regole comuni vengono trattate come opzionali, e dentro i confini il dissenso viene reso costoso e sospetto, il terreno su cui poggiano democrazia e libertà — quello conquistato dopo i totalitarismi — torna a essere contendibile, erodibile, fragile.
